Programma 2020

Programma 2020

A marzo scorso mi chiedevo su cosa – e non quando – si sarebbe rialzato il sipario.
Parlavo di corpo come estensione. Di corpo che si esperiva nella sua estensione – quella della potenza, della libertà, dello spaziamento in lungo e in largo e in sotto e sopra – e che era sottratto a sé stesso. Immaginavo una nuova traiettoria, una nuova profondità.

La consapevolezza arriva in assenza, dentro pratiche faticose da praticare. Mediate dalla distanza e dalla telecamera.

Campo lunghissimo questo anno 2020. Espanso dalle continue trascrizioni, modificazioni, adattamenti, a colpi di divieti e permessi che aprono e chiudono luoghi e con loro gesti e relazioni. E lavoro.
Mai l’interno e l’esterno hanno avuto una tale centralità nelle nostre vite, una centralità così visibile, così lancinante. Lo spazio interno enfatizzato, riempito di retoriche oltre che di vita quotidiana, sempre più quotidiana e sempre meno vita, si è gonfiato. Si è fatto carico di intere esistenze, ha assorbito tutto l’esterno possibile e si è acclamato unica dimensione praticabile sotto la bandiera della sicurezza fisica, etica, civica. Così gonfiato – l’interno – pensavo che una volta tornata nel mondo di fuori avrei avuto un carico di bellezza in pensieri e parole da riversare. Ma è stato un attimo accorgermi che quell’interno incantato e abitato da grandi testi, grandi libri, grandi film, grande studio, era già vuoto. Svuotato dalla mancanza di esterno.
Un interno affamato di esterno, un interno bucato, riempito a colpi di ore e costantemente di nuovo deserto.

L’eccezione del contesto sospende la spiegazione, l’analisi curatoriale e prende la forma del diario.

Ci siamo stati vicini. Abbiamo condiviso sezioni di lavoro da remoto. Siamo corsi per essere in presenza alla prima occasione possibile viaggiando in treni vuoti. Assembrandoci con pudore, dimenticando ogni regola a colpi di alcol. Abbiamo disseppellito maschere di Basilea e narici da clown immaginando maschere alternative a quella dell’intera umanità.
Ci siamo cercati per non essere catturati dagli spettri. Abbiamo collaborato per non scomparire, per continuare a dire. Abbiamo lasciato tracce. Sono scritti, video, immagini. Alcuni sono diventati progetti, si sono lanciati oltre sé. Ci siamo allarmati e rassicurati. Rassicurati e allarmati di nuovo. Abbiamo messo la nostra rabbia e la nostra paura nel corpo, del racconto, nei teatri inesorabilmente vuoti di spettatori ma mai così pieni di gesti. Abbiamo fatto tratti di strada. Molto soli ma molto insieme.

Così la 14^ edizione di TDV vede la luce. Ma è quella dello schermo, degli schermi, speriamo davanti ad occhi ugualmente desideranti dei nostri.

Oscilliamo su una zattera di naufraghi e cerchiamo la terra. Tanti i topi che hanno abbandonato la nave che affonda. Non noi – curatori, artisti e spesso spettatori – che abbiamo cercato, ognuno con i suoi strumenti e ognuno dentro diversi indicatori, di trovare una via per far tornare la vita dentro le nostre piccole e desolanti stanze.

Roberta Nicolai