
Composizioni nasce dall’incontro tra arti performative, territorio e comunità. Nata come sezione dedicata ai progetti partecipativi, nel corso degli anni si è trasformata in un ambiente di ricerca in cui le pratiche artistiche vengono osservate nella loro capacità di generare relazioni, produrre conoscenza, costruire forme di convivenza e immaginare modalità differenti di stare insieme.
All’interno di Teatri di Vetro, Composizioni ha rappresentato il luogo in cui le arti performative hanno accettato di misurarsi con la complessità dei territori e con la presenza di soggetti portatori di esperienze, competenze e visioni profondamente eterogenee. Cittadini, studenti, bambini, adolescenti, anziani, migranti, gruppi informali hanno progressivamente abitato i processi proposti dagli artisti, diventando parte integrante della composizione.
La partecipazione non è mai stata interpretata come un dispositivo di inclusione sociale né come un’azione collaterale. È stata, piuttosto, la materia stessa del lavoro artistico: una scelta poetica e politica posta al cuore della creazione.
Per questo motivo Composizioni si è progressivamente configurato come uno spazio in cui le categorie tradizionali di autore, interprete, spettatore, educatore, cittadino e performer sono state sottoposte a una continua ridefinizione. Le opere hanno spesso assunto la forma di processi collettivi, dispositivi di ascolto, azioni diffuse, pratiche di prossimità e costruzioni temporanee di comunità.
Nel tempo è emerso con chiarezza come proprio queste pratiche apparentemente marginali custodiscano alcuni dei nuclei più radicali delle arti performative contemporanee. In un sistema culturale che tende a misurare il valore attraverso la visibilità, la produzione e l’evento, Composizioni ha scelto di osservare ciò che spesso resta ai margini: il lavoro sul campo, le relazioni che precedono la rappresentazione, gli apprendimenti reciproci, le fragilità, gli errori, la costruzione lenta della fiducia, la capacità di generare spazi in cui persone differenti possano immaginare qualcosa insieme.
Sono pratiche che potrebbero apparire minime.
Eppure, è proprio in questa scala apparentemente ridotta che si manifesta una delle questioni più urgenti del presente: la possibilità di costruire forme di esperienza collettiva in una società sempre più frammentata. Mettendo sotto indagine critica la stessa nozione di collettivo, esse interrogano il nostro tempo attraverso domande essenziali: chi prende la parola? Chi viene ascoltato? Come si costruisce una comunità? Come si condivide un sapere? Come si genera un’immagine collettiva? Come si negoziano le differenze?
Composizioni opera in questo spazio.
Non nel margine inteso come luogo secondario, ma nel margine come luogo di osservazione privilegiato, dove diventano visibili forme di relazione e di sapere capaci di mettere in discussione protocolli e modelli consolidati di produzione culturale.
Un ulteriore elemento è l’interdisciplinarità. I progetti ospitati hanno negli anni attraversato e intrecciato linguaggi differenti: teatro, danza, arti visive, scrittura, musica, ricerca urbana, pratiche pedagogiche, processi editoriali, ecologie del territorio. Le discipline non sono state assunte come compartimenti separati, ma come strumenti parziali attraverso cui leggere e trasformare il reale. L’interdisciplinarità qui non coincide con la semplice somma di linguaggi diversi; è piuttosto una modalità di produzione della conoscenza, un modo per mettere in relazione competenze, sensibilità e immaginari differenti attorno a questioni condivise.
È a partire da questa prospettiva, costruita lungo la sua storia decennale, che Composizioni 2026 amplia la propria portata su una scala più articolata rispetto alle edizioni precedenti, segnando un passaggio particolarmente significativo nella storia della sezione.
I progetti che compongono questa edizione, LE LINGUE DEI MURI, PLAYGROUND, CANTIERE FORUGH, MIT e MACCHINA REALE, possono essere considerati veri e propri ecosistemi artistici. Ognuno costruisce un ambiente autonomo di ricerca, attiva comunità differenti, sviluppa temporalità specifiche e produce proprie forme di relazione con il territorio.
Se negli anni precedenti il progetto ha progressivamente consolidato le proprie metodologie di intervento nei territori e nelle comunità, quest’anno i processi artistici coinvolti mostrano una maggiore densità e una più evidente capacità di incidere simultaneamente su differenti livelli della realtà sociale e culturale.
I cinque progetti in programma non si limitano a coinvolgere gruppi di partecipanti o a produrre esiti performativi condivisi. Essi agiscono come dispositivi di ricerca capaci di mettere in relazione memorie individuali e narrazioni collettive, pratiche artistiche e saperi informali, dimensioni pedagogiche, poetiche e civiche.
Le pareti urbane e le scritture spontanee che attraversano lo spazio pubblico divengono, in LE LINGUE DEI MURI, materia per interrogare le forme attraverso cui una comunità lascia tracce di sé e costruisce linguaggi comuni; il gioco, il corpo e l’occupazione dello spazio si trasformano, in PLAYGROUND, in strumenti per osservare le dinamiche di relazione e cooperazione che attraversano le generazioni; CANTIERE FORUGH assume la scrittura, la traduzione e la presenza poetica di Forugh Farrokhzad come occasione per mettere in dialogo biografie, culture e geografie differenti; MIT attraversa il patrimonio tradizionale come dispositivo ancora attivo nella costruzione dell’immaginario contemporaneo; mentre MACCHINA REALE interroga i rapporti tra rappresentazione, partecipazione e costruzione di un corpo collettivo, esplorando le possibilità di una scena che diventa spazio di negoziazione tra esperienza individuale e dimensione comune.
Osservati insieme, questi progetti restituiscono una geografia ampia delle pratiche contemporanee di partecipazione. Una geografia nella quale il fare artistico non coincide più esclusivamente con la produzione di spettacoli ma con la capacità di costruire contesti, generare relazioni, attivare immaginazione pubblica, produrre conoscenze situate e rendere visibili forme di esperienza che spesso restano invisibili.
I diversi linguaggi non vengono chiamati a convergere verso una forma unica, ma a partecipare a un ambiente condiviso di ricerca. Ciò che emerge non è una disciplina dominante, ma una costellazione di pratiche che trova proprio nella relazione e nella differenza il proprio principio generativo.
Comporre emerge qui nel suo significato più profondo: porre con. Mettere in relazione elementi eterogenei senza annullarne le differenze. Creare condizioni di coesistenza. Generare un campo comune che non cancelli la pluralità ma la renda operativa.
Per questo le differenze tra gli artisti, tra le comunità coinvolte, tra i linguaggi e tra le pratiche non vengono ricondotte a sintesi, ma restano attive, produttive, visibili.
Ogni progetto costruisce il proprio ambiente di ricerca e, contemporaneamente, contribuisce a definire una piattaforma più ampia di scambio e contaminazione. L’opera non rappresenta il punto esclusivo di arrivo del processo. Diventa uno degli esiti di una rete di relazioni, conoscenze, apprendimenti, archivi e immaginari condivisi.
I progetti diventano così forme contemporanee di raduno: dispositivi che convocano corpi, memorie, esperienze e competenze differenti attorno a una domanda comune e alla costruzione di comunità provvisorie, mobili, porose, capaci di condividere uno spazio, un tempo e una pratica.
Per descrivere questa postura potremmo evocare una sorta di attitudine indigena degli artisti coinvolti, un orientamento etico. Un modo di abitare il mondo che riconosce il territorio come interlocutore, il sapere come patrimonio condiviso, la relazione come risorsa e la creazione come pratica di custodia. Gli artisti non si pensano più soltanto come autori. Diventano costruttori di contesti, tessitori di relazioni, facilitatori di condizioni, raccoglitori di immaginazione collettiva.
Anche il territorio di Ostia, in questa prospettiva, non è uno sfondo. Le sue architetture, le spiagge, i cortili, i muri, le scuole, gli spazi pubblici e le memorie che li attraversano diventano materiale vivo dei processi artistici. Uno degli attori del processo.
A vent’anni dalla nascita di Teatri di Vetro, Composizioni rappresenta probabilmente una delle espressioni più radicali delle convinzioni che hanno attraversato l’intera storia del festival: che l’arte non sia soltanto ciò che viene mostrato, ma ciò che rende possibile l’incontro, quel fuoco attorno al quale ci si ritrova, ognuno con la propria storia. Che il sapere non si produca esclusivamente nelle istituzioni che lo custodiscono, ma soprattutto nelle pratiche che lo mettono in circolazione. E che la vitalità di un ecosistema culturale non dipenda dall’omogeneità delle sue forme, ma dalla capacità di accogliere differenze, generare connessioni e rendere accessibili i mondi creati perché possano essere condivisi.
Questo ci auguriamo che possa diventare Composizioni nel 2026: un laboratorio di convivenza, un’infrastruttura poetica e politica, una comunità temporanea di pratiche capace di interrogare il presente attraverso gli strumenti dell’arte e la forza generativa delle relazioni.
Molte delle pratiche che il progetto ospita possono apparire marginali se osservate attraverso le categorie tradizionali della produzione culturale: laboratori, raccolte di racconti, camminate, gruppi di cittadini che provano insieme, conversazioni pubbliche. Eppure, è proprio in questi gesti apparentemente minimi che si condensano alcune delle domande più urgenti del nostro tempo.
Le pratiche partecipative custodiscono una dimensione politica profonda perché lavorano sulle condizioni che rendono possibile un’esperienza comune. Costruiscono spazi in cui la presenza dell’altro non è un dato acquisito ma un processo da negoziare, immaginare e comporre.
È forse per questo che Composizioni continua a occupare un posto centrale all’interno di Teatri di Vetro: perché ci ricorda che il cuore delle arti dal vivo non coincide soltanto con ciò che accade sulla scena, ma con la capacità di generare forme temporanee di cittadinanza, comunità e immaginazione condivisa.
A vent’anni dalla nascita del festival, questa intuizione appare più necessaria che mai.
Roberta Nicolai




