Una zolla di pensiero, una zolla di paesaggio
ZOLLA nasce come un cantiere di ricerca. Un piano operativo di Teatri di Vetro, 20 anni di pratiche e di pensiero. Non una programmazione di spettacoli all’aperto, ma un dispositivo curatoriale e artistico predisposto ad accompagnare un gruppo di giovani autrici e autori nel processo di traduzione delle proprie opere dentro un ambiente vivo, complesso e imprevedibile come il Parco della Caffarella.
Lo abbiamo costruito insieme attraverso incontri collettivi, dialoghi individuali, sopralluoghi, scambi di materiali e riflessioni condivise. Ogni artista ha interrogato il proprio lavoro immaginandone le relazioni con il luogo che lo avrebbe accolto. Più che adattare spettacoli esistenti, spostandoli da uno spazio chiuso a uno aperto, il percorso ha cercato di comprendere quali trasformazioni il paesaggio fosse in grado di produrre sulle opere stesse. Quali cambiamenti nel modo di percepire, comporre e ascoltare. Quali mutazioni nelle distanze, nella qualità dell’attenzione, nel rapporto tra chi agisce e chi osserva.
Ci siamo interrogati sulle geometrie del paesaggio: sulla prossimità e sulla lontananza, sui percorsi, sulle soglie, sulle apparizioni e sulle sparizioni. Abbiamo guardato il parco come una possibile drammaturgia spaziale, capace di generare traiettorie, attraversamenti e soste.
Alcuni incontri hanno aperto ulteriori campi di riflessione. Paola Bianchi ha parlato di aria, pelle, ascolto e presenza. Del modo in cui il corpo, all’esterno, smette di essere isolato e diventa “una cosa tra le cose”. Del modo in cui il paesaggio non è uno sfondo ma una materia attiva che entra nella composizione. Lavorare nel paesaggio significa accettare una ridefinizione profonda della relazione tra corpo e contesto, passando dall’idea di un corpo che muove a quella di un corpo che si lascia muovere, accogliendo l’imprevisto come componente della scrittura.
Marta Bichisao e Vincenzo Schino di Operabianco ci hanno restituito la loro esperienza sul campo lunghissimo, sull’espansione della visione e sulla costruzione di immagini coreografiche nel paesaggio. L’azzardo dello smarginamento della frontalità teatrale verso una visione dilatata, in profondità e larghezza, nella quale il corpo non appare più dentro una cornice definita ma all’interno di un campo percettivo vasto, attraversato da alberi, sentieri, ruderi, animali e persone in cammino.
Ogni lavoro ha mantenuto la propria autonomia poetica, il proprio immaginario e la propria specificità. Ma nelle differenze, le artiste e gli artisti di ZOLLA condividono un terreno comune di domande e la consapevolezza di operare all’interno di un ecosistema che ci ospita, rispettandolo anche attraverso una riduzione del disturbo acustico prodotto dalla nostra presenza.
Arrivati al termine del percorso, il nostro lavoro si traduce in un invito rivolto agli spettatori e alle spettatrici: ascoltare le frequenze più sottili del corpo performativo, il suo ritmo, il suo respiro, la sua capacità di generare presenza in co-presenza con ciò che già esiste nel paesaggio: il vento, le foglie, gli uccelli, le linee della terra. Per lasciare tracce leggere.
E anche questo taccuino è una delle tracce leggere della piccola comunità temporanea che prova a mettere in comune pratiche, visioni e sensibilità.
Una zolla, appunto.
Piccola porzione di terreno, frammento di paesaggio, unità minima di un ecosistema più grande.
Roberta Nicolai
ZOLLA è una progettualità dedicata alla creazione coreografica under 35 ed è realizzata con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”.





