
Nel 2026 Trasmissioni compie dieci anni.
Nata nel 2017 come una delle sezioni di Teatri di Vetro, Trasmissioni ha rappresentato fin dall’inizio uno spazio specifico di osservazione e sperimentazione dedicato alle metodologie di trasmissione delle pratiche corporee e coreografiche, affrontate a partire da concreti percorsi di ricerca artistica.
Il titolo stesso del progetto ne ha sempre dichiarato il campo di indagine.
Non la produzione. Non la formazione. Non la semplice divulgazione della danza contemporanea.
Piuttosto la trasmissione: quell’insieme di processi, relazioni, strategie, dispositivi e pratiche attraverso cui un sapere corporeo passa da un soggetto a un altro, si modifica, si arricchisce, si trasforma.
Nel corso degli anni Trasmissioni ha invitato artiste e artisti appartenenti a generazioni, poetiche e linguaggi differenti, chiedendo loro non soltanto di aprire il proprio lavoro, ma di interrogare i propri strumenti di ricerca e condividere con altri corpi il modo in cui quel lavoro viene costruito.
Il progetto ha progressivamente generato un archivio vivente di pratiche. Un luogo in cui osservare come la danza produca conoscenza e come questa conoscenza possa essere trasmessa.
Se la trasmissione costituisce il campo di indagine del progetto, la sua materia più profonda intercetta la nozione di limite.
Nel corso degli anni, infatti, Trasmissioni ha progressivamente riconosciuto come ogni processo di trasmissione si realizzi all’interno di una condizione liminale: uno spazio instabile in cui un sapere passa da un corpo all’altro senza mai restare identico a sé stesso.
Trasmettere non significa conservare. Significa trasformare.
Ogni trasmissione implica uno scarto, una deviazione, una riscrittura. Nel momento stesso in cui una pratica viene condivisa, essa viene inevitabilmente modificata dai corpi che la attraversano, dalle esperienze che incontra, dai contesti in cui viene accolta.
In questo senso la trasmissione non appare come un fenomeno lineare, ma come una zona di negoziazione continua tra memoria e invenzione, tra eredità e cambiamento.
È forse per questo che Trasmissioni ha finito per assumere sempre più chiaramente il carattere di uno spazio connaturato alla liminalità come condizione operativa. Una postura che attraversa il progetto nella sua interezza.
I corpi convocati a Tuscania si trovano infatti a operare all’interno di una serie di soglie: tra studio e creazione, tra pratica e riflessione, tra relazione pedagogica e ricerca artistica, tra disposizione individuale e costruzione collettiva.
Anche la collocazione del progetto a Tuscania risponde progressivamente a una necessità metodologica. Nel tempo il territorio ha assunto un ruolo sempre più evidente nella costruzione del dispositivo. La qualità metafisica del paesaggio, la distanza dai centri della visibilità, la particolare temporalità che caratterizza il lavoro in residenza costruiscono le condizioni per una sospensione delle consuetudini operative e per l’emersione di materiali che precedono la forma.
Il pre-performativo, che per anni ha costituito uno dei principali oggetti di osservazione del progetto, non viene qui inteso come fase preparatoria rispetto all’opera. Diventa piuttosto uno stato di intensità specifico, un campo di possibilità in cui intuizioni, pratiche, errori, scoperte e relazioni possono manifestarsi prima di essere organizzati in una struttura compiuta.
Una liminalità che non è assunta come concetto ma come spazio operativo concreto e abitato.
Si manifesta nei corpi che apprendono e trasmettono, negli ambienti che ospitano la ricerca, nelle metodologie che si modificano durante il loro passaggio da una persona all’altra, nelle comunità temporanee che si formano e si sciolgono attorno ai processi.
Fin dall’inizio l’attenzione si è concentrata sulle modalità attraverso cui il sapere coreografico si muove tra maestro e allievo, tra coreografo e interprete, tra artista e pubblico, tra generazioni differenti, tra disciplina e disciplina, tra esperienza individuale e patrimonio collettivo.
Nel tempo abbiamo osservato emergere forme molto diverse di trasmissione.
Da una parte modalità che potremmo definire verticali, nelle quali la pratica prende forma attraverso la relazione tra un artista e un gruppo di interpreti e interlocutori chiamati ad attraversare uno specifico universo poetico, assorbirne principi, strumenti e tensioni. Nell’edizione 2026 è il caso del lavoro di Lucia Guarino, che apre Contengo Moltitudini. Azioni liminali insieme a un gruppo di danzatori e performer convocati attorno alla figura di Pulcinella e alla ricerca sulla soglia, la metamorfosi e la moltitudine. Ed è il caso di Ilenia Romano, che porta avanti la ricerca di Nel bianco con un nucleo di interpreti selezionate, approfondendo le relazioni tra corpo, lutto, ritualità e memoria.
Dall’altra parte, Trasmissioni ha accolto e continua ad accogliere forme di trasmissione più orizzontali, nelle quali il sapere emerge dall’incontro tra pratiche differenti e dalla negoziazione continua tra competenze, linguaggi e sensibilità. In questa direzione si colloca il lavoro di Paola Bianchi e Stefano Murgia, il cui progetto pathosmells nasce dall’interazione tra ricerca coreografica, indagine sonora e studio delle immagini olfattive, producendo un processo in cui nessuna disciplina si pone come centro esclusivo dell’azione.
La decima edizione di Trasmissioni non segna dunque un allontanamento dalle proprie origini, ma rilancia la propria articolazione. Dopo dieci anni, dedicati all’osservazione delle metodologie di trasmissione delle pratiche corporee e coreografiche, l’accumulo di esperienze, l’attraversamento di molti percorsi artistici e la costruzione progressiva di una comunità di artisti, studiosi e osservatori consentono infatti di ampliare ulteriormente il campo di indagine.
Le domande che hanno accompagnato il progetto fin dalla sua nascita restano aperte:
Che cosa significa trasmettere una pratica?
Quali forme di conoscenza passano attraverso il corpo?
Qual è il rapporto tra il pre-performativo e il piano performativo?
Attraverso quali relazioni si costruisce un linguaggio condiviso?
Quale trasformazione avviene nei corpi che partecipano a un medesimo processo?
A queste domande se ne aggiunge oggi un’altra:
cosa accade quando non sono più soltanto i corpi a essere coinvolti nella trasmissione, ma le pratiche stesse?
Accanto alle forme di trasmissione che si instaurano all’interno di ciascun progetto artistico, Trasmissioni si configura sempre più come un laboratorio condiviso di pratiche e di pensiero, uno spazio in cui le ricerche ospiti possono incontrarsi, attraversarsi e lasciarsi contaminare reciprocamente.
Gli switch previsti durante la settimana non sono pensati come semplici momenti di dialogo o confronto tra artisti. Sono dispositivi di indagine. Occasioni in cui metodologie, domande, immagini e materiali di ricerca vengono temporaneamente messi in comune per verificare quali connessioni possano emergere, quali risonanze inattese possano attivarsi, quali tensioni possano manifestarsi tra percorsi apparentemente distanti.
Le pratiche olfattive di pathosmells, le figure rituali e iconografiche di Nel bianco, le azioni liminali e archetipiche di Contengo Moltitudini non vengono così osservate soltanto nella loro specificità, ma anche nei loro punti di contatto: la memoria incorporata, la relazione con l’invisibile, il corpo come archivio, il rito come dispositivo di trasformazione, la soglia come spazio di attraversamento e di resistenza.
In questo senso Trasmissioni 2026 tende ad assumere la forma di un ecosistema di ricerca. Un ambiente che non si limita a ospitare progetti, ma che prova a generare le condizioni affinché possano prodursi pensiero, deviazioni, alleanze e nuove domande.
Si tratta di una tensione verso il limite che appartiene tanto alle pratiche artistiche invitate quanto alla storia stessa del progetto. Una tensione che spinge ad abitare zone di confine: tra insegnamento e ricerca, tra trasmissione e creazione, tra artista e osservatore, tra pratica e teoria, tra dispositivo formativo e dispositivo performativo.
Questa apertura produce ulteriori conseguenze. Nel momento in cui Trasmissioni si configura come spazio di intersezione tra metodologie e comunità di ricerca, i confini tra i diversi piani di Teatri di Vetro diventano più porosi. Il dialogo con esperienze come Composizioni, così come con altri percorsi sviluppati dal festival nei suoi vent’anni di attività, emerge come naturale estensione del progetto stesso.
La trasmissione smette così di riguardare esclusivamente il passaggio di pratiche da un soggetto a un altro e diventa una modalità più ampia di circolazione del sapere all’interno di un ecosistema. Ogni pratica, infatti, non trasmette soltanto un sapere. Trasmette una visione del mondo, una politica del corpo, una modalità di relazione, un modo di produrre conoscenza e immaginazione condivisa.
Il decennale rappresenta infine un’occasione per interrogare la natura stessa dell’eredità.
Nel corso degli anni Trasmissioni ha accumulato pratiche, metodologie, strumenti, intuizioni, fallimenti, lessici e forme di relazione. Un patrimonio prevalentemente immateriale, affidato ai corpi e alle memorie di coloro che hanno attraversato il progetto.
La questione che oggi si pone non riguarda la conservazione di questo patrimonio, ma la sua riattivazione.
Per questo motivo il progetto avvierà la costruzione di un Atlante di pratiche, chiedendo agli artisti e alle artiste che hanno partecipato alle diverse edizioni di contribuire con esercizi, protocolli, scoperte, fallimenti, domande e dispositivi di lavoro.
Non una storia di Trasmissioni. E neanche un archivio celebrativo.
Piuttosto una cartografia delle pratiche che il progetto ha generato e che continuano ad agire nel presente.
Un archivio vivo in cui la memoria non coincide con la conservazione del passato, ma con la possibilità di continuare a renderlo operativo.
Lasciare tracce.
Perché la trasmissione non riguarda soltanto la danza.
Riguarda il modo in cui una comunità costruisce continuità, produce conoscenza e si consegna al proprio futuro.
Roberta Nicolai




