
PLAYGROUND di Operabianco
Una composizione sperimentale tra paesaggio, comunità e linguaggi eterogenei.
PLAYGROUND di Operabianco – realizzato all’interno delle attività di triangolo scaleno tra il 2022 e il 2024 in quattro città (Grottaferrata, Capena, Roma e Cerveteri) e parte del macro-progetto MADRELINGUA – è uno dei progetti che più nitidamente incarnano l’orizzonte estetico delineato da Teatri di Vetro: una ricerca che supera modelli codificati, assume la scena come campo di forze, dissolve le gerarchie tra corpo, contesto e segno, mette in crisi il concetto stesso di personaggio e di finzione, genera materiali a partire da fonti eterogenee — pittoriche, cinematografiche, performative — e integra la partecipazione non come gesto sociale, ma come necessità artistica radicale.
La tappa di Ostia Lido, nella Pineta di Castelfusano all’interno di COMPOSIZIONI Teatri di Vetro nel 2026, offre l’occasione di ribadirne il carattere di caso esemplare per la potenza estetica, filosofica e politica.
Una composizione sperimentale che nasce da fonti eterogenee
PLAYGROUND è un’opera che si nutre di materiali provenienti da diversi regimi dell’immagine:
- le pitture di Brueghel, in particolare Giochi di bambini, come dispositivi di osservazione collettiva, prospettive aperte, comunità in movimento;
- la performance di Beuys, “How to Explain Pictures to a Dead Hare”, per il rapporto tra figura, oggetto e gesto rituale;
- le immagini filmiche di Nostalghia di Tarkovskij (in particolare), per l’uso del campo lunghissimo, la profondità di fuoco, il tempo sospeso e la qualità contemplativa del movimento di macchina.
Queste fonti vengono citate attraverso un’incarnazione che le filtra, le trasforma, le traduce in una grammatica coreografica che lavora sul concetto di campo, inquadratura, montaggio percettivo e composizione dinamica.
È una composizione che opera nell’interstizio fra arte visiva, danza, cinema e fenomenologia del paesaggio: una forma ibrida.
Il paesaggio come dispositivo scenico e come struttura di percezione
PLAYGROUND non utilizza il paesaggio come sfondo, ma come dispositivo compositivo.
Il paesaggio diventa una trama per la partitura:
- linee di forza,
- profondità,
- masse,
- volumetrie naturali,
- corridoi d’aria,
- luci non selettive e non artificiate,
- continuità del campo visivo con un’apertura in gradi che dilata la convenzione della visione teatrale (30°- 40°).
La coreografia si costruisce assorbendo la prospettiva fiamminga, in cui l’occhio dello spettatore è incluso nella rappresentazione, e la logica del cinema, per cui ogni performer diventa un corpo-ottica, capace di modellare l’inquadratura e la messa a fuoco attraverso la propria presenza, il proprio orientamento, la propria distanza.
Il risultato è una cristallizzazione performativa che non può esistere in teatro, che non potrebbe sopravvivere alla frontalità, e che lavora intensamente sulla percezione individuale: ogni spettatore costruisce il proprio montaggio interno, con un punto di vista unico e irripetibile.
Figure, non personaggi: l’umano come intensità
La scena è abitata da figure composite, instabili, costruite dalla relazione reciproca fra bambini, anziani e performer professionisti.
Le figure sono:
- identità multiple;
- corpi attraversati da memorie e da immaginazioni;
- presenze che agiscono più sul piano dell’intensità che su quello dell’identificazione che passa per le età, i dati corporei evidenti;
- punti di contatto fra gesto individuale e dinamica collettiva.
Le figure sono estremamente concrete senza psicologia né rappresentazione; c’è incandescenza del gesto, un campo percettivo attivato dalla prossimità, dalla cura reciproca, dall’ascolto.
PLAYGROUND raggiunge, in questo senso, una forma di radicalità scenica rara: la complicità fisica e la solidarietà tra performer e cittadini sono reali, non imitate.
La partecipazione come necessità artistica
Il progetto convoca una comunità reale composta da:
- bambini tra 8–11 anni,
- anziani over 65,
- cinque performer professionisti.
La partecipazione non è un esercizio sociale, non è animazione culturale: è un atto estetico necessario. Senza i corpi specifici dei cittadini, senza le loro posture, i loro tempi, i loro limiti e le loro qualità, PLAYGROUND semplicemente non esisterebbe.
La comunità diventa:
- materia coreografica,
- dispositivo percettivo,
- figura collettiva,
- paesaggio umano dentro il paesaggio naturale.
È una “compagnia temporanea” intensa e irripetibile, generata non da inclusione sociale ma da una visione artistica radicale.
Accettare la variabilità: atmosfera, incidenti, interferenze
Come ogni vero lavoro site-specific, PLAYGROUND accoglie:
- variazioni del clima,
- rumori del parco,
- presenze impreviste,
- interferenze dei passanti,
- instabilità dei gruppi,
- mutazioni dello spazio vivente.
In questa apertura assoluta al reale, il progetto raggiunge la sua radicalità:
la scena perde i confini del teatro e si fonde con la vita, accettando il caos come parte della composizione.
Perché PLAYGROUND è un caso esemplare per Teatri di Vetro
PLAYGROUND materializza tutte le questioni dell’orizzonte estetico di Teatri di Vetro:
- superamento dei modelli codificati: la scena è un campo di forze, non un contenitore;
- interdisciplinarità reale: pittura + cinema + coreografia + paesaggio;
- forme emergenti: figura al posto del personaggio;
- montaggio percettivo come strumento compositivo;
- corpo come dispositivo energetico, non narrativo;
- tempo non lineare, dilatato e concentrato;
- partecipazione come pratica artistica, non sociale;
- dialogo con l’ambiente come co‑autore;
- radicalità della presenza;
- non‑replicabilità, qualità fondamentale della sperimentazione;
- relazione reale tra corpi reali, non teatralizzata.
PLAYGROUND è un’opera che “accade” e che, accadendo, costruisce un mondo di relazioni sensibili: una comunità temporanea, una visione dell’umano commovente, un paesaggio che si fa esperienza.
Roberta Nicolai




