Con Marta Bichisao e Vincenzo Schino (Operabianco)
Ci incontriamo di nuovo. Questa volta il cantiere di ZOLLA si apre all’esperienza di Operabianco e a un dialogo che attraversa anni di pratiche sul corpo nel paesaggio, sui rapporti tra performance e ambiente, sulle possibilità di una scena che rinuncia a imporsi per entrare in relazione.
Marta Bichisao e Vincenzo Schino iniziano raccontando come siano arrivati a lavorare negli spazi naturali. Non soltanto da una scelta estetica, ma da una necessità, da una curiosità profonda verso ciò che accade a un corpo allenato al teatro quando incontra un terreno sconosciuto, una temperatura non controllabile, una scomodità fisica reale. Un corpo che non danza sopra uno spazio predisposto, ma che deve continuamente negoziare la propria presenza.
Quella che inizialmente era una condizione pratica, vivere e lavorare in un contesto immerso nel bosco, diventa nel tempo una posizione poetica e politica. Marta parla del desiderio di sottrarsi a una centralità percepita come eccessiva. Di cercare un modo di stare al mondo in cui il performer non domini il paesaggio ma si armonizzi ad esso. Non per scomparire, ma per diventare un elemento fra gli altri.
Farsi paesaggio è il pensiero che attraversa l’intero incontro con Operabianco.
Non si tratta di mimetizzarsi con un albero o con un prato. Si tratta piuttosto di costruire una presenza che non pretenda di essere più importante delle altre presenze che abitano quel luogo. Il passaggio di una persona, di un cane, di un uccello, di una pigna che cade. Tutto entra nella composizione.
Da qui nasce anche l’esigenza di lavorare con comunità temporanee di bambini e anziani all’interno di Playground, progetto che negli ultimi anni ha tracciato una linea importante all’interno della loro ricerca. Corpi differenti, portatori di storie differenti, convocati non come partecipanti a un laboratorio ma come elementi reali di una composizione performativa.

ph@Grazia Morace
A questo punto il racconto si sposta su una delle questioni che più attraversano il percorso di ZOLLA: il rapporto tra paesaggio e visione.
Vincenzo racconta come il cinema sia diventato uno strumento decisivo per ripensare il lavoro nello spazio aperto. In particolare, il cinema di Tarkovskij e la sua capacità di costruire relazioni spirituali tra il corpo umano e gli elementi naturali.
Durante il periodo del Covid, una residenza documentata attraverso una telecamera apre una prospettiva inattesa: osservare il paesaggio attraverso i campi e i piani del linguaggio cinematografico.
Campo medio. Campo lungo. Campo lunghissimo. Primo piano. Dettaglio. Queste categorie diventano strumenti di composizione coreografica.
Il performer non è più soltanto un corpo in movimento. Diventa una sorta di ottica mobile. Un punto di osservazione che costruisce continuamente relazioni con il paesaggio e con chi guarda.
Playground arriva così a occupare superfici enormi: fino a centocinquanta metri di lunghezza per quaranta di larghezza. Una scala che costringe a ripensare completamente la composizione.
Nel campo lunghissimo l’identità scompare. Non esistono più i dettagli, i volti, le singolarità. Rimane la coralità.
Nel dettaglio, invece, il movimento quasi si arresta. Diventa epidermico, cellulare, minimo.
Il lavoro coreografico si costruisce allora come un continuo attraversamento di distanze: dall’infinitamente vicino all’infinitamente lontano.
Questa riflessione risuona immediatamente nelle ricerche degli artisti e delle artiste di ZOLLA, molti dei quali stanno lavorando proprio sulle relazioni tra prossimità e lontananza, tra apparizione e sparizione, tra dettaglio e paesaggio.
La conversazione si sposta poi sull’imprevisto.
Un termine emerso già negli incontri precedenti e che qui torna con forza.
Per Operabianco l’imprevisto non è un incidente da correggere ma una materia di lavoro. Una condizione ricercata. Qualcosa che mantiene viva la performance e che impedisce alla forma di diventare autoreferenziale. È la vita che entra nell’opera. Le biciclette che attraversano una pineta. Le persone che parlano al telefono. Le presenze inattese. I cambiamenti atmosferici. Persino le trasformazioni biografiche dei performer.
Tutto questo non è esterno al lavoro. Ne fa parte.
L’imprevisto viene accolto perché porta con sé un ritmo che nessuna drammaturgia può costruire da sola.
«Non voglio il vostro consenso, voglio il vostro ritmo», ricorda Vincenzo citando Antonio Rezza.
È una frase che resta sospesa nella discussione.
Che cosa significa lavorare con il ritmo del mondo invece che contro di esso?
Che cosa significa lasciare che il paesaggio, gli spettatori, gli eventi inattesi entrino realmente nella composizione?
Michael Incarbone pone una domanda sull’impatto che una performance lascia in un luogo.
La risposta di Marta si muove su un piano intimo e delicato. L’obiettivo non è imprimere un segno forte o trasformare uno spazio. Piuttosto, lasciare il luogo leggermente più vivo, più aperto all’ascolto, più disponibile a una percezione sottile.
Non un gesto di occupazione. È un gesto di attenzione.
La discussione si apre poi sul rapporto tra struttura e libertà.
Roberta Nicolai sottolinea come l’apertura all’imprevisto non significhi assenza di forma. Al contrario. Per poter dialogare con ciò che accade occorre una struttura estremamente precisa.
Marta e Vincenzo confermano.
Solo una forma forte può permettersi di essere attraversata.
Solo una partitura chiara può lasciarsi spostare dall’incontro.
È forse uno dei nodi centrali emersi durante questo appuntamento: la relazione tra controllo e disponibilità, tra costruzione e abbandono, tra intenzione e ascolto.


Verso la fine dell’incontro Simona Puglisi nomina una questione che attraversa silenziosamente tutte le ricerche di ZOLLA: come non imporsi? Come farsi paesaggio?
La risposta non arriva come una soluzione.
Resta una domanda.
Per Marta è una domanda che non può essere risolta una volta per tutte. Appartiene a una postura esistenziale prima ancora che artistica. Una domanda che va tenuta aperta e portata nel corpo.
Forse è proprio qui che il percorso di ZOLLA trova una delle sue immagini più precise.
Non una serie di risposte.
Non una metodologia da applicare.
Ma una costellazione di domande condivise.
Come stare dentro un paesaggio senza dominarlo.
Come lasciare che il mondo entri nella composizione.
Come trasformare la distanza in una pratica dello sguardo.
Come abitare l’imprevisto.
Come costruire forme capaci di respirare.
Da queste domande il cantiere continua a procedere.
Non verso una sintesi, ma verso una maggiore complessità.
Verso una danza che prova a stare nel mondo senza chiuderlo dentro una cornice.
Con il sostegno del MiC e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”
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