Ragioniamo osservando le riprese del Parco della Caffarella. Le immagini sono instabili, mosse, attraversate dal cammino: non restituiscono un luogo definito ma già una condizione – quella del movimento, dello sguardo che cerca, delle possibilità che emergono mentre si attraversa.
Da qui si apre il lavoro.
ZOLLA prende forma come un passaggio: dal teatro allo spazio pubblico, e da lì a un paesaggio naturale, più aperto, non addomesticabile. Il parco non è uno sfondo ma una condizione che modifica la percezione: la distanza, la prossimità, il tempo dell’accadere, la possibilità che qualcosa appaia e scompaia senza essere previsto. Non c’è un centro stabile, non c’è una frontalità data. La relazione tra performer e spettatore è da ridefinire ogni volta.
Si immagina un percorso, un attraversamento. Non uno spettacolo da vedere, ma una passeggiata performativa: un’ora e mezza in cui si incontrano eventi, presenze, frammenti. Lo spettatore cammina, sceglie come guardare, da dove guardare, quanto sostare. La scena si distribuisce, si diluisce, si ricompone.
Intorno a questa prospettiva emergono subito le singole ricerche, che iniziano a dialogare con il luogo.
Michael parla di un paesaggio cinematografico: campi lunghi, profondità, apparizioni da lontano. Il suo corpo potrebbe emergere da un punto remoto, avanzare lentamente verso lo sguardo, mentre il suono si disperde e poi si addensa. La distanza diventa drammaturgia, l’avvicinamento un processo percettivo, una soglia tra l’indistinto e la presenza.
Erica porta il lavoro sul tempo e sul selvatico. Il movimento dell’erba, la presenza possibile di ciò che non si vede, una soglia di allerta che appartiene a una memoria ancestrale. L’oggetto – il tubo, la canna – si muove tra quotidiano e perturbante. Il paesaggio non è da rappresentare ma da attraversare: lasciare che agisca sul respiro, sull’attenzione, sul tempo.
Sara, per ONE TWO THROUGH, entra nello spazio dello sguardo: come guardiamo il dolore, come lo abitiamo o lo evitiamo. Il lavoro si apre a più nuclei, più distanze: da lontano, figure che si offrono come immagini; da vicino, il contatto, l’intimità esposta. Si pensa a dispositivi sonori individuali, a una voce che entra in cuffia, a una relazione che non è più solo visiva ma anche interna, quasi privata.
Giulia riconosce nel progetto una continuità con VOCE: il lavoro è già itinerante, già costruito come attraversamento. La mappa diventa centrale: un disegno che guida, orienta, ma che è allo stesso tempo mentale, psichico. I ruderi, i casali, le soglie tra natura e costruzione aprono una possibilità di lavoro sui margini, sui confini, sulle zone liminali.
Simona vede un’isola. Uno spazio circoscritto dentro l’apertura del parco. SUPERATI I CONTROLLI si sposta dal transito dell’aeroporto a una condizione di radicamento temporaneo: stare, essere circondati, isolati. Il suono diventa una domanda: mantenerlo come elemento estraneo o trasformarlo, farlo nascere da un oggetto, da una presenza nel paesaggio?
Claudio apre SPINTE alla possibilità di essere smontato. Il lavoro, finora stabile, entra in una nuova instabilità. Una linea si trasforma in spazio. I corpi possono apparire da lontano, essere percepiti come vibrazione prima che come forma. L’immagine dell’ippodromo emerge: qualcosa che accade da lontano, che cresce, si avvicina, esplode per un attimo e poi scompare.
Il dialogo si costruisce così: per risonanze, per immagini, per tentativi. Non c’è una direzione unica, ma un campo che si apre.
ZOLLA si definisce intanto come cantiere. Non solo produzione di opere, ma processo. Si propone di raccogliere tracce: appunti, disegni, mappe, immagini, suoni. Non un archivio del passato, ma un archivio che accompagna il farsi delle cose. Una materia viva, che possa restituire il pensiero dentro la pratica.
Si parla di tempo, di possibilità, di appuntamenti futuri. Si immagina un incontro successivo con altri artisti, altre esperienze, altre generazioni. Si apre lo spazio per confronti individuali, per attraversamenti condivisi del parco, per ulteriori esplorazioni.
Intanto il lavoro comincia qui:
nelle immagini imperfette di un luogo,
nelle intuizioni che emergono,
nelle differenze che non si annullano ma iniziano a risuonare.
ZOLLA si manifesta così: come un campo aperto, dove le pratiche si incontrano, si modificano, si espongono al paesaggio e alle relazioni.
Non una programmazione, ma una condizione.













