suono, parola e corpo
oblio
buchi
vuoti
memoria
ricordo e corpo
ricordo e parola
elenco le parole ricorrenti
cosizzazione del corpo
scrivo
DALLA PAROLA AL CORPO
Il corpo entra prepotente.
Dire corpo è dire politico. Il corpo è la cosa della politica. Il corpo è politico.
Il soggetto corpo politico è l’agente di uno smarginamento della figura che danza, di un’oscillazione tra l’individualità del corpo e il suo essere al mondo tra corpi. Un essere corpo aperto ai molti modi del corpo.
Il corpo è la mia arma, qualcuno l’ha detto.
Un corpo senza volto.
Il volto colloca, identifica, annulla il potere della figura/corpo. Il volto è identitario. Il corpo è collettivo.
Io-corpo. Tu-corpo. Noi-corpo. Voi-corpo. Lei-corpo. Non possediamo un corpo. Siamo il corpo.
Cosa sono allora io, corpo in movimento, quando divento agente coreografico?
Animalità, istinto animale, carne, pelle che reagisce al freddo del pavimento così come al calore di uno spazio in piena estate. Brividi che percorrono il corpo. La percezione del fuori e del dentro contemporaneamente.
La pelle, membrana che separa e unisce il dentro e il fuori.
La pelle si fa palcoscenico, si fa tavola su cui la coreografia si espone, manifestazione di una drammaturgia della carne. Il corpo è la scena della scena. Dettaglio. Una danza di dettagli. Il significato sta nel dettaglio, diceva qualcun altro.
Che relazione c’è tra il dito e il resto del corpo? Da dove parte il movimento di quel dito? A quale piega si appoggia? A quale punto interno al corpo si appoggia?
Inorganicità, disconnessioni, fragilità e potenza, possibilità e impossibilità, interferenze che deformano. Una incessante trasformazione del corpo che, pur partendo dalla forma, ne cancella la sostanza per concentrarsi sull’informe che non è negazione della forma ma ribaltamento della forma, spostamento dell’attenzione verso la relazione tra le forme. L’informe è il calco della forma, ciò che la contiene nella sua assenza.
L’informe batte sulle pieghe, sui punti di ancoraggio del movimento, di ogni movimento. Cerco le forze che sconquassano, i punti di appoggio.
Lì incontro la bestia, da lì può nascere tutto.
Lì ho provato a cercare il vuoto.
I pieni e i vuoti.
I buchi in cui tutto precipita, tutto si frantuma sbattendo sul fondo e andando in mille pezzi. Ogni pezzo, un dettaglio.
Mi scontro con l’impossibilità di trasmettere un’esperienza intrasmissibile.
Il duro compito di rimettere in movimento immagini-dolore.
Immagini-traccia. Immagini-lacuna. Immagini-sparizione.
Il trauma è l’impossibilità del racconto.
Il trauma è un’iscrizione corporea.
Visibile e invisibile.
Il ricordo è di per sé discontinuo. Ricordare e dimenticare – l’uno sostiene l’altro.
Mi concentro sulla forza sovversiva del ricordo.
la traccia di sangue del passato.
Presenza e assenza. Oblio. Rifiuti.
Il mio corpo come cimitero di memorie. Un inventario della perdita.
DALLA PAROLA AL SUONO
Le immagini entrano nel corpo, lì si depositano – informano il corpo, lo modificano, lo plasmano. Un processo che attiva involontariamente il corpo. Io che le incarno volontariamente divento archivio di quelle immagini. Cosa significa accogliere immagini-ricordo, pezzi di memorie di donne e uomini, di persone senza volto, di voci registrate su nastro magnetico? Cosa significa per il corpo?
La memoria è lacunosa. Ricordare e dimenticare sono strettamente connessi. Non si può ricordare senza dimenticare. Pezzi, lembi, oggetti parziali. Mai la totalità.
La memoria procede a ritroso e penetra nel passato attraverso la membrana dell’oblio. Ma la tortura non abbandona mai il torturato, per tutta la vita.
La memoria si deposita nella carne, la segna, la deforma. La memoria corporea si fissa anche dopo lo spegnersi del dolore nelle tracce e nelle cicatrici. Ma quelle tracce, quelle cicatrici stanno scomparendo insieme agli ultimi corpi sopravvissuti.
Se il corpo è mediatore della memoria, come accogliere nel corpo quei pezzi di memoria pur avendone una propria? Fino a che punto il mio segno coreografico lascia spazio ai modi di altri corpi? Come fare i conti con l’alterità, con le tante soggettività?
Entrare in contatto con quelle voci attiva un livello più interno di connessione tra la fonte e il corpo in azione. Impossibile allora non sentire nel corpo quelle voci che hanno raccontato quelle parole, il loro timbro, la loro consistenza, immaginare i loro corpi, sentire i colpi di tosse, quello schiarirsi la voce frequentemente, quegli abbassamenti di voce, quei polmoni compromessi.
Immagino quei corpi, traduco le parole in corpo.
Un sapere che si trae dall’esperienza altrui deve per forza passare per l’immaginazione. Per sapere bisogna immaginare. L’immaginazione è lavoro.
L’immagine non è una cosa, bensì un atto – qualcuno l’ha detto.
Ma cosa può il mio corpo davanti a un tale trauma? Cosa può un suono, una luce di fronte a tale trauma? Cosa significa incarnare e tradurre, tradurre e incarnare. È possibile?
Quando parte delle conoscenze comuni si perdono, si spezza la comunicazione tra epoche e generazioni. Il ricordo soggettivo si dilegua. Il presente storico diventa allora passato puro – una ricerca lucida che rischia di diventare incolore, sbiadita, priva di carica politico-esistenziale.
Contro la precarietà della memoria nell’epoca della cultura tecnologica.
le parole diventano segno grafico nella scena

ph@SabrinaTirino