Un viaggio visivo nei cataloghi del Festival Teatri di Vetro. Sei anni di arte scenica contemporanea attraverso lo sguardo unico di sei fotografi. Un caleidoscopio di immagini che intreccia visioni d’autore con la programmazione scenica.
Un viaggio visivo attraverso l’archivio fotografico dei cataloghi che, dal 2018 al 2023, hanno accompagnato sei edizioni di Teatri di Vetro, festival multidisciplinare delle arti sceniche contemporanee. Il catalogo di Teatri di Vetro in questi anni si è proposto come un’operazione artistica, capace di contenere informazioni e approfondimenti – editoriali, presentazioni, testi degli artisti – ma costruito in modo tale da non esaurirsi nell’essere finalizzato alla comunicazione. Ogni edizione del festival ha convocato lo sguardo di un fotografo o una fotografa sviluppando connessioni visive che ampliano il perimetro oltre la scena chiamando in causa immaginari e paesaggi. La mostra ripercorre le sei pubblicazioni selezionando alcune delle più significative immagini a partire dalle copertine delineando un percorso caleidoscopico di visioni autoriali e connessioni sottili con i contenuti delle programmazioni realizzate sulla scena.
TEATRIDIVETRO DODICESIMA EDIZIONE
2018
GIROTONDO
Girotondo è una serie fotografica presentata nel 2007 a FotoGrafia Festival Internazionale di Roma e poi al Mia Fair di Milano nel 2011.
La serie è stata realizzata in pellicola medio formato, quadrato e ritrae i parchi giochi per bambini dell’area di Roma.
È il racconto di un bellissimo luna park vuoto, un luogo dei sogni, più che un luogo reale, dove le giostre sono lì a portata di mano ma non c’è nessuno che gioca.
È il luogo dei balocchi.
Eva Tomei
“Girotondo è una serie di fotografie a colori in medio formato realizzate nel 2006 da Eva Tomei (Roma 1976). La serie è caratterizzata da uno sguardo candido e quasi infantile, concentrato su un mondo di giochi fatto di promesse, di sogni, di piaceri semplici. Un eden dal quale fuggiamo credendo che l’età adulta ci prometta gioie più vere, più durevoli, più pure. Le atmosfere, le luci e i colori sono infatti scelti per evocare precisamente questo senso di appassimento, svanimento, tramonto dei sogni.
Una serie sottile e discreta eppure delicatamente malinconica. È da notare infatti quanto questo lavoro sembri una cosa ed in realtà sia anche tutt’altro. È infatti fortissima la relazione tra l’apparente quotidianità del soggetto e l’apparente quotidianità della fotografia. Alla luce di uno sguardo superficiale Girotondo non sarebbe altro che il documentario di una ben precisa categoria di intrattenimento visto in un particolare momento della giornata. Ma, si sa, lo sguardo superficiale non è quello che ci guadagnerà mai un momento di vero piacere. Proviamo allora a dividere in parti – senza romperla o sminuzzarla inutilmente – questa serie fotografica.
L’inquadratura ci offre spesso un sotto-in-sù che appartiene allo sguardo bambino, a quello sguardo da cui dipende anche la scelta della gran parte dei soggetti. Uno sguardo mesmerizzato dai colori, dal movimento, dai suoni, dalla promessa di un’avventura di musica e luci e sensazioni e proiezioni fantastiche. Uno sguardo che, una volta avvistata l’ambasciata del Paese dei Balocchi, diviene quasi incapace di percepire altro, di guardare altrove, di vedere altrimenti. All’inquadratura spetta di portarci sulle tracce del soggetto, darci un’idea di “qual è l’argomento”; ad essa il compito di farcelo vedere dal punto di vista dei bambini.
Alla sapienza dell’occhio del fotografo va il compito – e ad Eva Tomei il merito – di scegliere, all’interno del campo visivo del medio formato, già regolare e quadrato di per sé, un’impaginazione non banale, di sfruttare le ottiche corte per mettere un’asse verticale appena fuori centro, curvare una retta troppo ordinata, gonfiare il soggetto come in effetti esso giganteggia nella mente dei suoi piccoli visitatori.
E a margine di tutto questo, come abbiamo già notato, la scelta dell’atmosfera serale, del tramonto: della sua luce livida e però a volte intensamente poetica. Questa scelta è invece propria dello sguardo adulto, di quel vedere/volere fotografico che non pone l’immagine solo ad evocazione del vissuto, ma soprattutto a simbolo del pensiero.
Non è incredibile, insomma, quante cose ci possano entrare, dentro a un rullino? E non è incredibile, quanto conti lo sguardo? Quanto le cose non siano fotografia, finché la fotografia non diviene la cosa?”
Augusto Pieroni
TEATRIDIVETRO TREDICESIMA EDIZIONE
2019
ALTALENA CONFINANTE
Transitorietà, fragilità delle certezze e del senso di verità, precarietà del tempo.
Stare nel presente implica una vertigine continua, che oscilla tra cronaca e vissuto personale.
Stare in un mondo in parallelo, in differita, alienato, mi ha sempre permesso di sentire con maggiore attenzione quegli istanti irraccontabili, più grandi degli avvenimenti in sé.
In quegli istanti ci sono tutte le relazioni e le reti del mondo.
Le percepisco. Presentano il mondo come un grande acquario all’interno del quale i confini si riducono allo spazio occupato dai corpi, come molecole della materia.
E allora diventa una vertigine anche questa, forse ancora più potente, e devo darle forma per circoscrivere il caos, una forma che asseconda una relazione di rimandi e dissonanze.
L’indagine della relazione ha nel medium fotografico infinite declinazioni, per il legarsi delle immagini alla loro parte ineluttabile di linguaggio.
È per questo che emotivamente ma non sol o mi situo esattamente in quel confine che sbriciola Teatri di Vetro e scopro che il confine è un processo.
Mi immobilizzo in mezzo alla strada come nella stanza di un museo o nel cuore di un cumulo di nebbia.
Ad oscillare resta solo la mia mano, assecondando la luce, la densità del movimento.
Futura Tittaferrante
TEATRIDIVETRO QUATTORDICESIMA EDIZIONE
2020
L’ESPERIENZA DELL’ASSENZA
L’esperienza dell’assenza. Il racconto di una presenza rarefatta, il vuoto che abitiamo e che ci abita. L’horror vacui esistenziale non ci era sconosciuto prima del 2020, tutti ne facevamo in qualche modo esperienza. Non esiste, per chi esiste, un luogo che sia davvero abitato dal vuoto, non esiste un’assenza che non sia un’opprimente, dolce promessa di presenza. Il visibile inganna, il non visibile sfida la logica. Durante l’anno che volge al termine, il vuoto si è fatto spazio scavando dentro e fuori di noi. Con prepotenza ha scavato, con l’inganno ha rubato il sembiante alla solitudine. Un vuoto che ha voluto farsi percepire come cosa viva, palpitante, reale. Un vuoto che ha creato una crepa nel nostro quotidiano, nei nostri piccoli mondi reali da cui possiamo affacciarci su altri mondi. Un vuoto solo apparente, dunque, che ci mostra come un mondo altro del possibile esiste ancora da qualche parte, là fuori.
Ornella Mignella
TEATRIDIVETRO QUIDICESIMA EDIZIONE
2021
STILLS NOT STILL
Eppur si muovono, ancora. Non ancora abbastanza ferme. Alla base c’è una doppia constante pratica di raccolta. Da una parte la ricerca dentro gli archivi, dentro il già filmato: affondando nel tempo, ho creato un “catalogo-archivio” di sguardi, con immagini selezionate giocando sull’ambiguità del “mettere a fuoco”, che è insieme focalizzare, infuocare (gli animi?) e anche sabotare i sensi, tra modi di vedere, travisamenti e posture dell’essere (intra)visti. Dall’altra parte, in un ribaltamento magico, realismo soggettivo che fa da controcampo alla concretezza ruvida del documento, c’è il frutto di un ripetuto appostamento, la cattura/raccolta della vita che ci passa davanti, delle vite che ci oltrepassano. Mentre facciamo altro, lo sguardo si occupa dell’essenziale custodito negli intervalli, negli attraversamenti, nei corpi che sfuggono. E poi c’è un movimento successivo, quello dell’estrazione, del prelevamento, il tirar fuori da un continuum gemme oscure o verità folgoranti racchiuse in fotogrammi “infissi”, ricombinando la vista per frammenti intermittenti, senza nostalgia di una visione totale. Cosa si dicono queste immagini, il precipitato istantaneo di un flusso di durata imprecisata, con un baratro fuori campo (o fuori scena) che attende che la storia faccia il suo (dis)corso? Colme di potenzialità, si riversano, cristallizzate, in traiettorie (mi)sconosciute, intrecciando insperati dialoghi in verticale. Immagini impure, spossessate, disancorate dai loro presenti plot, sempre sul punto di andarsene, eppure qui raggelate, punto di innesco e deposito di pulsioni per un movimento a venire.
Salvatore Insana
AAMOD
La Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, nata alla fine degli anni Settanta, svolge la sua attività nel campo della raccolta, conservazione, promozione e produzione di audiovisivi, favorendo la costruzione di una memoria collettiva dei movimenti sociali e dei loro protagonisti. Primo presidente della Fondazione è stato Cesare Zavattini. La Fondazione cura ricerche, convegni, rassegne, mostre e pubblicazioni specializzate. È da sempre attiva nel campo della produzione, privilegiando l’ambito del documentario e del riuso creativo dei materiali d’archivio.
TEATRIDIVETRO SEDICESIMA EDIZIONE
2022
OSSIMORO
Il mio nome è Chiara Bruni, sono un ossimoro.
Sono per natura un contrasto. La mia immaginazione è coinvolta in una realtà passata.
Sono amica stretta della malinconia. Ho l’istinto di commentare, manipolare e sovrappormi a ciò che hanno vissuto altri prima di me. Le mie composizioni sono stratificazioni di immagini che vengono disgiunte dalla loro funzione e mostrate nel loro aspetto enigmatico. Investigo il tema dell’identità in una sfera intimista e metto in relazione il corpo e lo spazio circostante creando paradossi. Mi attraggono i posti che non esistono e mi proietto in una dimensione surrealistica e onirica.
In opposizione alla tempesta visiva a cui siamo sottoposti ogni giorno, invito a dedicare tempo alla lettura di queste immagini.
Mi piace considerare la fotografia – al pari della poesia – uno spazio di meditazione.
Per favore non fare rumore,
quando entri fallo con la lentezza di un passo
sulla luna.
Togliti la giacca, guardati intorno,
leggi gli indizi sui muri.
Respira quello che non vedi
respira
profondamente.
Tocca le pieghe dei vestiti, le superfici lisce,
le zone calde.
Scrivi il tuo nome scavando nella polvere sul tavolo
così che io possa ricordarlo.
Butta i cocci se ne ho lasciati in giro.
Non farti male.
Apri la finestra più grande e guardaci dentro.
I due pini sono per te.
Riposa pure nel mio letto se sei stanco,
ma non lasciarlo sfatto.
Abbi cura di quello che ci trovi dentro.
hai fame mangia i miei frutti.
Non usare le lame,
falli toccare solo dalla tua bocca.
C’è una sedia se vuoi stare fermo a pensarmi, e
un rompicapo in un libro che non ho finito.
Se trovi la soluzione cerchiala di rosso.
Fai un bagno se devi scrollarti qualcosa di dosso.
Proteggi gli occhi dalla schiuma.
Disegna il mio viso nel vapore dello specchio.
Bada al silenzio,
non guastarlo.
Questo posto non necessita di nessuna parola.
Lascialo intatto.
Se decidi di uscire non scrivere nessun biglietto,
gira la chiave tre volte e non tornare più.
Chiara Bruni
TEATRIDIVETRO DICIASSETTESIMA EDIZIONE
2023
NULLA È STATO SCRITTO
QUOTIDIANO:
di ogni giorno, che si fa o avviene o ricorre tutti i giorni. Abituale, usuale, e quindi normale, ordinario […] Con valore neutro, ciò che appartiene alla vita di tutti i giorni.(www.treccani.it/vocabolario/quotidiano)
La vita e l’arte mettono in scena azioni, oggetti e situazioni “allestiti” in archivi visuali. La restituzione di questo ordinario avviene attraverso l’osservazione, la documentazione e, in alcuni casi, passa per una rielaborazione, una teatralizzazione di ciò che il quotidiano ha offerto come scintilla.
Accettare la realtà dell’esperienza quotidiana, del futile, del banale, diventa un esercizio di convalidazione del reale lontano da ideali astratti.
Il percorso visivo che si dipana tra una strada maestra e un sentiero nascosto nella quotidianità entra nella narrazione dell’esistere, senza pretendere di ottenere una risposta definitiva. La quotidianità è composta di frammenti e così saranno i sussurri che le immagini possono offrire.
Il linguaggio elaborato dall’intimo esplode nell’universale e ci permette di guardare la banalità come uno specchio delle nostre fragilità, del nostro inconscio o più semplicemente di quello che spesso ignoriamo.
Le immagini periferiche sono miniaturizzate per creare uno spazio intimo che naturalmente accoglie la propria scena. Il loro compito è attivare un dialogo mutevole con il palcoscenico e parlare all’esperienza dello spettatore, che al loro sguardo ne diventa inconsciamente attore.
Tiziano Demuro
TEATRIDIVETRO DICIOTTESIMA EDIZIONE
2024…
Ricardo Cases